Lingua: inglese-italiano | 192 pagine | Brossura 12x19,5 Di cosa parla Bartleby (1853), il racconto forse più noto della letteratura americana dell’Ottocento, è l’opera con cui Herman Melville, dopo Moby-Dick e Pierre, avvia una nuova fase della sua carriera letteraria, ridimensionando tanto l’assetto formale della sua narrativa quanto la tipologia eroica dei suoi protagonisti. Assunto come scrivano al servizio di un attempato avvocato di Wall Street, Bartleby è un giovane impiegato che all’inizio stupisce il datore di lavoro per diligenza ed efficienza. Dal momento in cui pronuncia il primo dei suoi numerosi «Preferirei di no», egli inizia però a causare seri problemi di comprensione e azione non solo all’avvocato ma anche a tutti coloro che vengono in contatto con lui. Un derelitto dell’umanità che preferirà, via via, fare sempre meno, nulla, fino a lasciarsi morire nelle prigioni di New York («le Tombe»), Bartleby viene ad assumere il ruolo di un oggetto imperscrutabile e paradossale. Melville lo crea e lo usa per mettere in crisi le categorie cognitive e i principi di azione umana del soggetto etico che gli pone di fronte (l’avvocato), nonché lo stesso discorso narrativo con cui questi cerca di dare, tramite la sua «piccola storia», una sistemazione testuale dignitosa al copista perduto.
Autore della prefazione e traduttore Giuseppe Nori è professore di Lingua e letterature angloamericane all’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento con studi monografici, edizioni, e saggi critici su Melville, Emerson, Bancroft, Carlyle, Stephen Crane. Si è inoltre occupato del rapporto tra poesia e religione nella tradizione protestante del Seicento (Herbert, Milton, Anne Bradstreet e i Puritani della Nuova Inghilterra); di critica e teoria dei generi letterari, e di storia delle idee.
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